Campionato italiano paraciclismo, Darfo Boario Terme

Quando si partecipa a un evento sportivo quello che conta non è vincere o perdere. Quello che conta è quanto ti ubriachi
(Homer Simpson)


Domenica 1 luglio ci siamo presentati sulla linea di partenza delle gare dei campionati italiani di paraciclismo a Darfo Boario Terme. Stavolta niente gare, non si trattava di vincere o perdere ma era in ballo la gustosa possibilità di farci conoscere al di fuori del contesto delle nostre garette.



E’ stata una occasione voluta fortemente da Francois Zanardini, che è originario della Valle Camonica ma milanese di adozione che grazie ai suoi santi e santerelli in paradiso ha dato la possibilità a noi diversamente pedalatori di fare da apripista agli atleti in pista. Il circuito cittadino che abbiamo percorso si snoda nel centro città su strada quasi completamente in piano ma non per questo poco impegnativa. Il nostro strano e colorato serpentone di vetture si è fatto sicuramente notare e molte sono state le domande su cosa effettivamente rappresentassimo, tecnicamente e sportivamente. 


Molte le domande entusiaste ma anche qualche commento un poco scettico, soprattutto quando venivamo accostati all’immagine della “macchinina a pedali che usavo quanto avevo 4 anni”.


Sta cosa ci sta anche; alla fine il messaggio che veicoliamo è quello del divertimento e di ritornare un po’ bambini. Ma, a dire il vero, si tratta pur sempre di una evoluzione della bicicletta. Per capire questo concetto però occorre quel minimo di apertura mentale di cui non tutti sono dotati.

Tecnicamente ci è stato concesso di effettuare due uscite, al mattino e la seconda appena dopo la pausa pranzo, sul giro singolo di 5 km.


La prima uscita è stata tranquilla, tutti in fila ordinati, tipo primo giorno di scuola. La seconda tipo ultimo giorno di scuola alla “liberi tutti”, lasciando via libera alle forze residue di ogni formulista. Perché "residue"? Perché a metà mattinata, per non sprecare l’occasione di essere tutti insieme e di avere qualche ora libera, il trenino di F1 si era trasferito dal centro città alle strade percorse dal campionato italiano di ciclismo, svoltesi il sabato, quindi su percorso più vario, aperto al traffico e, soprattutto, impegnativo.


Assicurati dal leader del gruppo e tutti convinti che avremmo percorso un breve tratto in pianura alla ricerca di una tranquilla e ristoratrice ciclabile in mezzo ai boschi, ci siamo ritrovati su erte salite e in mezzo valli incantate, alla classica andatura “come se non ci fosse un domani”.






Personalmente, novello Fantozzi, tutto ciò che mi ricordo è di avere avuto a metà del primo strappetto, soprannominato “cima del Diavolo”, l’apparizione dell’arcangelo Gabriele che mi annunciava la mia prossima maternità. Perché una bella salita, soprattutto con le nostre 4 ruote che non sono progettate per rendere il massimo in montagna, può trasformare il più bello dei sogni nel peggiore degli incubi.


Una bella giornata, che sicuramente ricorderemo.